PENSO, DUNQUE GIOCO BENE
L’ego non è un nemico da abbattere, ma un coinquilino rumoroso che è convinto di essere il proprietario dell’appartamento. Se ci fermiamo a osservare il modo in cui abitiamo la nostra mente, ci accorgiamo che passiamo gran parte del tempo a nutrire un’immagine di noi stessi fatta di aspettative, titoli e timori. È quella voce che Cartesio ha messo sul trono quando ha scritto Cogito, ergo sum. Questa affermazione ci porta a credere che noi siamo il nostro pensiero e che l’identità coincida con quel chiacchiericcio ininterrotto che giudica ogni nostra mossa. Molti filosofi successivi e le neuroscienze oggi dicono che Cartesio ha fatto un salto logico un po' azzardato. Lui ha detto: "C'è un pensiero, quindi ci sono IO (Ego) che lo produco". Ma la realtà fenomenologica è: "C'è un pensiero, quindi c'è consapevolezza (Coscienza) che il pensiero stia avvenendo". Cartesio dice: “Penso quindi io sono il pensatore”, le filosofie orientali e molti pensatori moderni dicono “C'è un pensiero, ma io sono lo spazio in cui quel pensiero appare e scompare". Se la nostra esistenza dipendesse solo dal pensiero (l'Ego), cosa saremmo quando dormiamo senza sognare? O quando siamo in uno stato di shock e la mente si "ferma"? Se smettiamo di pensare, non smettiamo di esistere. Esistiamo ancora, ma è un'esistenza pura, senza la narrazione dell'Ego.
Possiamo vedere il pensiero come un contenuto della coscienza, non la coscienza stessa. La coscienza è lo spazio, l’ego è l’arredamento, spesso ingombrante.
Questa distinzione diventa drammaticamente evidente quando scendiamo in campo. Nello sport, questa scissione prende i nomi che Timothy Gallwey ha introdotto nel suo libro Il gioco interiore del tennis (The Inner Game of Tennis): il Sé 1 e il Sé 2. Il Sé 1 è l’incarnazione dell’ego cartesiano. È quello che analizza, impartisce ordini, critica un rovescio sbagliato e si preoccupa di cosa dirà la gente se perdiamo. È convinto che, se non controllasse ogni singolo muscolo con la forza della volontà, tutto andrebbe a rotoli. Ma il problema è che l’ego è lento. Mentre lui sta ancora elaborando il comando per tenere il gomito alto, la pallina è già passata.
Il Sé 2, invece, è la nostra coscienza operativa, quel corpo che "sa" senza bisogno di parlare. È la parte di noi che ha interiorizzato migliaia di ore di pratica e che è capace di calcoli balistici complessi in frazioni di secondo, a patto che il Sé 1 non si metta in mezzo. La performance d’élite nasce proprio quando riusciamo a rompere l’illusione di Cartesio. Non è "penso, dunque gioco bene", ma l’esatto opposto: gioco bene quando smetto di pensare di essere colui che pensa.
L’ego serve a darci una direzione e una dignità sociale, ma nella prestazione pura diventa un interferenza. Crea tensione perché ha paura del giudizio; crea rigidità perché vuole controllare l’incertezza. Quando un atleta entra nello stato di flow, quello che sperimenta è tecnicamente una "morte dell’ego". In quei momenti la distinzione tra l’atleta, la racchetta e il gesto svanisce. Non c’è più nessuno che dice "io sto facendo questo", c’è solo l’azione che accade attraverso un corpo libero.
Dovremmo imparare a trattare l’ego come un suggeritore teatrale un po' troppo ansioso: ascoltiamo la battuta se serve, ma poi torniamo a guardare il palcoscenico. Il segreto non è distruggere il Sé 1, ma smettere di identificarvisi. Nel momento in cui capiamo che siamo la coscienza che osserva il pensiero, e non il pensiero stesso, lasciamo finalmente spazio al Sé 2 di esprimersi. È in quel silenzio, dove il penso lascia spazio all’essere, che la prestazione diventa arte.

