ABITARE LA MACCHINA
“Presence is the antidote to a mind that races” - Chris P
La mente corre perché non è più abituata al vuoto e lo teme. Insegue un mondo che non la aspetta più. Siamo arrivati ad un punto di non ritorno: produrre e consumare tantissimo, il più spesso possibile. Non è una scelta. È la condizione.
Cerchiamo la presenza come un ritorno al passato. Un bosco, un silenzio analogico. Ma è un'illusione. Non ci si può più sganciare da ciò che siamo diventati. Così la sfida non è più fermare la macchina, ma abitarla.
Nasce così l’idea di uno sdoppiamento necessario. Un sé tecnologico che si occupa del rumore, della produzione massiva, della burocrazia dell'esistere, del superfluo che deve essere fatto. Un esoscheletro digitale che corre al posto nostro.
Lasciamo alla tecnologia la parte produttiva. Le affidiamo il compito di essere instancabile ed efficiente. La nutriamo perché possa occupare lo spazio del "fare". E in questo sdoppiamento, noi proviamo a tornare umani.
Vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca. Vogliamo l'efficienza estrema della macchina e la lentezza dell'anima. Delegare la corsa per recuperare lo spazio della creatività. Creare in modo creativo, non più produttivo. Per il gusto del fare, senza il peso del risultato.
Il paradosso è la nostra ultima difesa. Invece di fare di meno, lasciamo che sia la nostra estensione tecnologica a correre. Mentre noi restiamo indietro, a cercare un senso.
Ma è davvero possibile salvarsi sdoppiandosi? O abitare un sé tecnologico per liberare l’umano è solo l'ultima, sofisticata forma di alienazione?

