LA FRAGILITÀ DELLA VITTORIA
Abbiamo lasciato che un risultato numerico, un podio o un cronometro diventassero l’unica metrica con cui misurare il valore di una performance, lasciando che il verdetto finale si mangi tutto il resto e finisca per definire non solo l’atleta, ma anche l’uomo che gli abita dentro.
Abbiamo smesso di giudicare il gesto per iniziare a etichettare l’anima, finendo per credere che se il risultato non arriva, noi stessi smettiamo di essere, diventando ombre che attraversano il campo in attesa di una giustificazione che non arriva.
Ma questa matematica dell'identità è un inganno fragile, perché se il valore di un uomo dipende esclusivamente dal gradino del podio, allora stiamo popolando il mondo di fantasmi e di perdenti, dimenticando che il vincitore, per definizione, è sempre e solo uno. Il punto è che non è quasi mai inseguendo la vittoria che si vince davvero, perché chi insegue solo il successo resta schiavo di variabili esterne, mentre la vera affermazione è un’architettura silenziosa che si poggia sulla consapevolezza delle proprie ambizioni e sulla chiarezza dei desideri. Vincere significa avere il coraggio di incontrare il proprio limite, di guardarlo negli occhi senza abbassare lo sguardo e decidere di abitarlo prima ancora di provare a spostarlo, trasformando la sfida agonistica in un processo di auto-scoperta. In questa prospettiva l'avversario smette di essere il nemico che ci nega lo spazio e diventa il compagno di viaggio necessario, lo specchio che ci permette di misurare la nostra evoluzione e la nostra capacità di restare integri nel mezzo dello sforzo.
Quello che dobbiamo riconoscere e poi smantellare è il paradigma della vittoria come unico ente certificatore di esistenza. E attenzione perchè togliere alla vittoria il trono di unica ragione di stato non significa affatto svuotare di senso la competizione, né tantomeno giustificare chi si rassegna alla mediocrità; al contrario, è proprio quando il risultato smette di essere l'unico padrone che il competere può diventare feroce, un corpo a corpo con la propria eccellenza che richiede una preparazione ancora più maniacale e un’integrità senza sconti. Non si tratta di rinnegare l'agonismo della gara ma di gareggiare ad un livello diverso, perché se la vittoria è una conseguenza e non il fine ultimo, allora ogni allenamento, ogni sacrificio e ogni grammo di disciplina servono a costruire un atleta capace di stare dentro la tempesta dell'alto livello senza farsi giudicare dal verdetto.

